Giallume europeo delle drupacee ESFY


Il Giallume europeo delle drupacee (ESFY= European Stone Fruit Yellows) nonostante la sua diffusione, risulta ancora molto poco conosciuto dai frutticoltori e anche le conoscenze scientifiche relativamente a questa avversità e alla sua diffusione in Lombardia erano alquanto scarse.

Per colmare parte di queste lacune, il Consorzio di Difesa di Brescia si è fatto promotore di un progetto biennale di ricerca finanziato dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Brescia e dalDiSTA dell'Università di Bologna per approfondire le conoscenze sui diversi aspetti di questa avversità delle drupacee.

Il Giallume europeo delle drupacee è una fitoplasmosi causata dal Ca. Phytoplasma prunorum , che colpisce varie specie del genere Prunus , sia coltivate sia spontanee.

La malattia è presente in Europa fin dal ventesimo secolo ma la sua diffusione è significativamente aumentata nei decenni più recenti, al punto da diventare uno dei principali problemi su:

Albicocco (Prunus armeniaca),
Susino cino-giapponese (P. salicina) e
Pesco (P. persica)

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Tra le specie coltivate risulta invece resistente il ciliegio (P. avium), mentre il susino europeo (P. domestica) pur infettandosi, raramente manifesta sintomi. Il mirabolano (P. cerasifera) e il prugnolo (P. spinosa) risultano anch'essi suscettibili ma altamente tolleranti alla presenza del fitoplasma, tanto da manifestare raramente sintomi.

La malattia risulta presente in Lombardia già da alcuni anni, ma la sua diffusione all'interno degli appezzamenti si era mantenuta a bassi livelli, non determinando ingenti danni economici. Negli ultimi anni si è assistito invece ad una recrudescenza dei sintomi e della dannosità, soprattutto su pesco.

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La malattia si diffonde in natura tramite l'insetto vettore Cacopsylla pruni , insetto Omottero Psilloideo che si nutre succhiando la linfa floematica delle piante di Prunus. C. pruni assume il fitoplasma durante le punture di alimentazione sulle piante infette, diventando a sua volta infettiva dopo alcune settimane dall'acquisizione.

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Il microrganismo, che si moltiplica all'interno del corpo del vettore e si concentra nelle ghiandole salivari dell'insetto, viene trasmesso alle piante sane su cui la psilla si alimenta o sulle quali compie punture di assaggio.

C. pruni compie una sola generazione all'anno e sverna come adulto. A fine inverno gli adulti reimmigranti si portano sull'ospite primario (di preferenza prugnolo) sul quale si alimentano e depongono le uova della nuova generazione. Le forme giovanili si sviluppano in circa tre settimane per dare poi origine agli adulti dell'anno che migrano verso i siti di svernamento.

Le forme giovanili che si alimentano su un ospite infetto, divengono a loro volta già infettive, ma pare che siano principalmente gli adulti reimmigranti a fine inverno ad avere un ruolo importante nell'epidemiologia della malattia.

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Altra possibilità di diffusione della malattia è rappresentata dall'innesto e dall'utilizzo di materiale di moltiplicazione infetto. Pare invece non possibile la trasmissione per anastomosi radicale. Il fitoplasma inoltre non si trasmette per seme o con attrezzi di potatura.

La sintomatologia di questa vera e propria sindrome risulta alquanto complessa. La pianta colpita manifesta infatti sintomi variabili a seconda della specie, della varietà coltivata e delle condizioni ambientali. I sintomi più frequenti sono rappresentati da:

• ingiallimenti ed arrossamenti fogliari, visibili a partire dalla tarda estate fino all'autunno;

• accartocciamenti delle foglie verso l'alto, parallelamente alla nervatura mediana ed arricciamenti della punta verso il basso;

• ingrossamento delle nervature mediane e colorazione gialla o rossa di quelle laterali,

• defogliazione e disseccamento delle branche.

La sintomatologia, particolarmente evidente durante il periodo autunnale precedentemente alla caduta delle foglie, colpisce inizialmente una branca, estendendosi in seguito all'intera pianta.

A volte si ha schiusura prematura delle gemme in autunno e fioritura fuori stagione; nell'eventualità della formazione dei frutti, questi risultano di piccole dimensioni e alquanto deformi, con conseguenze negative sulla resa e sulla commerciabilità del prodotto.

Le piante, una volta colpite, non possono più essere risanate e sono destinate a morte certa nel giro di qualche anno. L'eliminazione rapida delle piante infette rappresenta dunque un elemento fondamentale per ridurre le fonti di inoculo nell'appezzamento.

L'eliminazione del prugnolo, pianta ospite elettiva del vettore C. pruni rappresenta un altro significativo passo per ridurre la possibilità di infezione e prevenire la diffusione della malattia.

Nelle aree con bassi livelli epidemici può essere sufficiente la prevenzione mediante l'uso di materiale di propagazione sano sia per nuovi impianti che per reimpianti; in aree con medi od elevati livelli di infezione si rende necessario anche il controllo chimico dell'insetto vettore.

Quest'ultimo è favorito dal fatto che C. pruni compie una sola generazione all'anno, e la comparsa dei vari stadi di sviluppo può essere prevista in base all'andamento meteorologico. L'efficacia dei trattamenti nel contenere la malattia non è tuttavia sempre significativa rispetto a quanto atteso.

In zone con livelli epidemici molto elevati , è consigliabile, nei nuovi impianti, sostituire le drupacee più sensibili con quelle più tolleranti (ad esempio sostituire il Susino giapponese col Susino europeo, che è resistente al fitoplasma).

Diversi lavori stanno valutando la possibilità di ottenere varietà tolleranti e resistenti attraverso il miglioramento genetico. Questa strada ha dato finora pochi risultati pratici, anche se alcuni primi risultati sono stati incoraggianti.

Il monitoraggio di questa avversità da parte del Consorzio di Difesa di Brescia è iniziato nel corso del 2006 e proseguito nel 2007 in provincia di Brescia e di Mantova.

Le percentuali di infezione e i livelli di diffusione dell'insetto vettore riscontrate negli appezzamenti oggetto di indagine sono risultati superiori alle iniziali aspettative a dimostrazione di una notevole diffusione della malattia anche nei frutteti bresciani. Più contenuta la situazione nel mantovano.

Non è stato possibile trovare una correlazione fra incidenza della malattia e presenza del vettore, a dimostrazione che altri fattori ancora sconosciuti o non indagati potrebbero avere un ruolo importante nella epidemiologia rispetto a quanto finora noto.